Il vento siderale spazzava via i pensieri di Emme. Sin si era voltilizzato in una colata di lava marrone tinta per Big Jim e Lusor che girava in tondo su una navicella spaziale blu cielo con un interno color stella pulsar. Si sentiva solitaria ad affrontare tutto quel nulla e l'odore di caramella finta fragola le stava dando la nausea. Basta. Troppe volte aveva detto cambio. Troppe volte aveva pensato salto. Così guardò sotto il nastro. Staccò un piede dalla gommosità a strisce, e lo tenne in aria. Si sbilanciò verso l'esterno e sentì staccarsi l'altro. Cominciò a fluttuare nel nulla facendo capriole e sentendosi libera. Ad ogni giro le sembrava di esser diversa, un'altra da se stessa. Ora piccola, ora grande, ora oblunga, poi cicciottella, gravida e poi sterile, prima rossa poi mora, fino a che rimase così a braccia spalancate rendendosi conto che nel blu prussia in cui era immersa aveva perso ogni possibilità di orientamento. Poi si sentì tirare per la spalla e senza opporre resistenza seguì questa forza che la attirava in una direzione in modo sempre più veloce. Fino a che iniziò a capire di roteare in un'ellisse. Era entrata nell'orbita di Pruseidon.
Era un rientro?
Emme si guardò le mani. I polpastrelli avevano la forma dei teschi. Come quando da piccola le dicevano che era stata troppo immersa nell'acqua ed occorreva tornare nell'atmosfera. Solo allora si rese conto che l'apnea era finita. L'invisibile era diventato visibile e gli aar erano sfuggiti intorno a loro. Passati come asteroidi attratti da altre galassie. Si passò una mano nei capelli, che trovò più sottili. Appoggiò con riguardo una mano sul ventre, che rimase lì immobile e allora decise di alzare lo sguardo oltre la stringa. L'ultimo ricordo che aveva in memoria erano le stelle e i due amici, Sin e Lusor pochi passi davanti a lei.
Emme rimase lì. Sul nastro rosa shocking in mezzo al vento siderale, schivando rumorosi meteoriti che arrivavano ogni tanto. Ad un certo punto le sorse un dubbio. Passò il polpastrello sulla stanghetta sinistra del occhiale biotonic. Non accadde nulla. Riprovò. Niente. Cominciò ad imprecare sommessamente. Nessun sensore stava rispondendo perché nessun sensore trasmetteva i dati: aveva lasciato l’avatar in mezzo alle sabbie, vicino alla clava. Ed ora? Nessuna identità, nessun codice né anamnesi vitale. Le mancò il respiro: non era nulla se non l’ombra su una vischiosa stringa transgender. Poi iniziò a ridere alle stelle che apparivano dietro i soli. Una nuova esistenza, nuove possibilità perchè nessuno o quasi l'avrebbe riconosciuta. “Me ne infischio si disse” e ficcò le mani nelle tasche della giacca roboscopica in cerca di una sigaretta. Toccò qualcosa e lo estrasse incuriosita. Sembrava un pezzo di copertina strappato lungo un lato, poche righe scritte, ma i colori dell’inchiostro bagnato in alcune parti si erano sbiaditi ed erano quasi invisibili. Si accucciò e lesse: “Dopo la guerra atomica un nuovo flagello minaccia l'umanità: quello degli "uomini sintetici", detti comunemente Sin. La loro identificazione è affidata alla polizia, ma per scoprirli con una certa sicurezza ci vogliono attrezzati laboratori scientifici. All'interno e all'esterno, i Sin si presentano in tutto e per tutto come esseri umani. Soltanto le loro onde cerebrali risultano diverse. Perciò, se siete un "Sin", guardatevi dai delatori, dai tranelli della polizia, dalla furia della folla. E se non lo siete, guardatevene lo stesso! Perchè è facilissimo, per strada, in ufficio, nei locali pubblici, e perfino in casa propria, essere preso per un Sin 6 ffrebb 1970”. Quasi due secoli prima…Emme alzò lo sguardo davanti a sé. Pochi metri più in là Sin e Lusor sorridevano guardando su in alto qualcosa di ancora invisibile.
Lusor si alzò e si avvicinò a Sin e Emme.
- Ragazzi partiamo. La superstringa si sta avvicinando. Se la manchiamo non potremo più inserirci nelle spirali di Andromeda.
Emme fissò la clava fotonica.
- e quella che facciamo? Lasciamo perdere?
Sin e Lusor si guardarono. E Sin indicò i tre soli che giravano nel cielo violetto.
- Ci pensano loro… Questo è un aar isoscele. Se ne vedranno delle belle. Concentriamoci su qualcosa d’importante.
- Forza! arriva la superstringa.
Emme si voltò in tempo per veder materializzarsi un'enorme lingua rosa shocking variegato fragola che faceva curve a torsione multipla.
Riprese l’occhiale ad elementi transuranici biomotic.
Sin fu il primo a saltar su. Lusor prese la mira e lo seguì.
Emme si girò un attimo a guardare le ceneri del falò, il fumo saliva dritto verso il cielo: chissà che cosa avrebbe riservato il futuro prossimo.
Prese la spinta e si ritrovò accovacciata su una striscia gommosa come se fosse stata presa da una ventosa gigante.
Andromeda e il suo cerchio
_ In realtà non è un cerchio. E' una spirale che attira i giocatori in un vortice e ad ogni giro discensionale si può scegliere in quale galassia ipotizzare la prossima scena di gioco.
- Ipotesi? quindi non si è mai nel gioco.
Sin aspirò profondamente dalla sigaretta accesa.
- E' il gioco stesso, cara.
Si prosegue
I soli salivano e scendevano.
Il vino finiva bottiglia dopo bottiglia.
Emme si raccolse in sé, recuperando i propri contorni vitali e decise che era arrivato il momento di cambiare scenario: la dimensione di Pause poteva dirsi conclusa.
Improvvisamente nel cielo apparve un enorme segno, un triangolo, come se fosse stato disegnato da tre navicelle spaziali in rotta persa o in rientro verso Swurf.
Sin si sporse verso Lusor sussurrando qualcosa all’orecchio. E mentre questi sorridendo, con gli occhi diventate due fessure, si versava l’ultimo calice, Sin fece comparire una tablet di quinta generazione. Si volse verso Emme e chiese:
- Conosci il Cerchio di Andromeda?
- No. Cos’è?
- Un gioco di vibrazioni tra galassie
- Giochiamo?
Deserto. Mentale. I due soli di swurf stanno tramontando.
Due sedie appoggiate al nulla. Emme guarda il cielo. La sua biondità si perde tra sabbia e cielo. Non le sono mai piaciute le attese. Mai. Si arrotola una sigaretta. Guarda di sbieco la clava fotonica appoggiata ad una sedia. Ne varrà la pena?
Il sasso ormai sarà arrivato a destinazione, ma l’idea di una clavata in testa continua a piacerle molto. Appoggia la sigaretta sulle labbra e accanto a lei si visualizza un dito acceso. Accende la sigaretta. Alza lo sguardo e sorride. Sin è lì. In completo nero, come sempre. Testone, aveva detto che sarebbe stato presente. Poche parole, quelle essenziali. Si volta. Sulla sedia appare Lusor-l’esteta. Non poteva mancare. Gli sorridono gli occhi a Lusor mentre mostra una cassa di vino. Buono. Ne hanno fatto fuori vari litri negli ultimi mesi. Vino, alcool e parole. Alla fine è stata un’attesa diversa dal solito. Emme sorride: è stata addirittura divertente. Emme si accovaccia sulla sabbia. Prende il calice di vino rosso che le porge Lusor. Sin si siede. Sorseggia dal suo calice e poi si ferma di colpo. Guarda fisso Lusor.
“Spero che tu non abbia dimenticato il ghiaccio e il Frankus. Sai…che senza non sarei qui”
Ridono. E mentre scende il buio e si alzano le fiamme del piccolo falò che hanno acceso guardano le stelle e fantasticano. Fantasticano su come sia meglio usare la clava fotonica. Se senso ne abbia ancora.
Desert Storm
Stuk guarda l’orizzonte. Le spalle al mondo. Le spalle all’obiettivo che Bit porta di default nella montatura degli occhiali domotic.
Il deserto davanti e dietro di sé. Solo loro due, i soli due esseri viventi in una distesa di sabbia rossa. Guarda la curva del pianeta, le nuvole che scorrono nella strana e rarefatta atmosfera violetta che gira in una galassia che non è la loro.
Sente un clic. Bit ha scattato la foto. Ormai avranno accumulato jeipeg su jeipeg.
La partenza, le soste, gli incontri, i paesaggi. Tutto catalogato. Tutto sistemato. Lo sguardo oltre. Oltre le possibilità, oltre l’andare. L’occhiale domotic conserva, archivia e ti inserisce nella retina l’immagine che vuoi. Basta pensarla. Mappe, idee, ricordi, desideri.
Stuk si sente oltre. Perso nel profilo della curva. Si sente Magellano, si sente Colombo e Cook. Un pensiero unico e fisso che gli rimbalza tra lo stomaco e la mente: “Chissà che cosa c’è oltre quella linea”
La sensazione di avere il mondo alle spalle è impressionante. Non si cancella. Non se ne va. Ha tagliato con tutto e tutti, ha resecato ogni legame, come fosse una metastasi, ma il mondo sta lì dietro, appollaiato, come la sua domanda gli sta di fronte.
Bit gli si avvicina. Gli è accanto. Neuroni contro neuroni. Sanno la stessa cosa. Fra poco si riparte, prima che cali il terzo sole, prima di non trovare più la scia stellare verso la prossima meta.
Improvviso un fischio leggero e veloce e prima di realizzare che cosa sia, un dolore secco alla testa.
Stuk si gira imprecando e dolorante. Nessuno. Lo sguardo scivola a terra. Nella sabbia un foglio di carta ingiallito a quadretti spiegazzato avvolge un bel sasso nero levigato e piatto. Attende un attimo. Bit si china, lo raccoglie e glielo porge. Intorno a loro il vento si sta alzando. E’ ora. Ora di riprendere la navicella. Stuk apre il foglio mettendo in tasca il sasso.
Le lettere maiuscole gli si scolpiscono nel cervello: “Oltre? Oltre c’è solo quella vita che ti sei lasciato alle spalle. Il pianeta è rotondo. La galassia è rotonda. La tua massa cerebrolesa è rotonda. Ciò che lasci la ritrovi. Ora una cosa la sai. Visto che eri PIRLA e sei PIRLA, PIRLA lo sarai anche oltre. Oltre quella linea che ti ostini a fissare, ma che miracoli non fa.”

SWURF ULTIME NOTIZIE!
La "504!!"è partita. Il viaggio è iniziato! Riavvolgiamo la bobina e torniamo indietro per raccontare che è accaduto da quella sera in cui Stuk aveva detto a Bit...
ps la macchina nella foto è una "mangiachilometri" e i due personaggi delle controfigure. Ovvio.
La sera di un aar prima
Fuori è buio. Nani imbottiti di tritolo svolazzano sotto le luci idrogenate delle scie autoastrali. La lampada iodica illumina due figure silenziose, sedute accanto ad un tavolo. Davanti a loro bicchieri semivuoti con ancora qualche goccia di alcool_stenkern.
Il tavolo di legno li divide, ma i pensieri sembrano formarsi da un unico enorme cervello. Bit appoggia il bicchiere, guarda Stuk negli occhi e distintamente e con poca fretta dice:
- Stuk, lo sai che non partiremo? Lo sai vero?
Stuk ride nervosamente
- Perché? Non è bella la P! ?
- Bella lo è, lo sai.
Anche Bit ora sorride
- Ma non sarà pronta per la stagione delle meteoriti, neanche per quella dei cicli.
- Perché Bit?
- Perché siamo due maniaci. Ecco perché.
- Invece ce la faremo.
- E chi va alla dogana lunare a dire che partiamo e a chiedere i permessi? Io parto per Ziff tra sette dark.
- Ce la facciamo Bit. Hai visto come è bella? Hai visto come viene bene?
- Sì sì – Bit inizia a giocherellare con le posate – l’ho passata per ore ieri…
- Vuoi dire che l’hai accarezzata.
- Sì con l’acqua come hai detto tu.
- E…?
Bit sorride e guarda in basso
- E’ liscissima. Ma quel colore che hai scelto non mi piace.
- E’ quello della prima P! lanciata nello spazio.
- Sì ma non mi piace quel colorino crema. Che cosa dovremo fare poi? Una plancia di comando color pistacchio?
- Appena arriviamo sul lato sud di Swurf la vendiamo…
- Sì, ma l’estetica ha la sua importanza.
- Anche nel deserto di Poseidon?
- Ovunque, Stuk. Lo sai.
Stuk si accende nervosamente una sigaretta. Lo sa.